Il nuovo film di Woody Allen è ormai come il nuovo libro di Stephen King: un appuntamento fisso, quando esce lo prendi a scatola chiusa sulla fiducia storica, sperando che non si tratti di un pacco. Questo giro è buono: “Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccherai”. Il Grandissimo Woody continua a divertirsi e a divertirci, alternando acido e miele, come succede nella vita vera. Questa volta è il turno del miele. “Café Society” è una semplice storia d’amore, di amore chimico – quindi non sporcato da sovrastrutture inutili – tra due personaggi che di fatto viaggiano su traiettorie diverse che ogni tanto si scontrano: un ragazzo venuto dal Bronx, Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), chiara emanazione dello stesso Woody, e Vonnie Sybil (Kristen Stewart), l’affascinante segretaria dello zio di Bobby, con il terzo incomodo Phil (Steve Carell), agente delle star di Hollywood, che alla fine a modo suo prevale – e con lui il fondamentale spirito arrivista e pragmatico di molte donne. Il film viaggia tra una indiscutibile bellezza formale e una leggerezza che è tipica di una delle due anime prevalenti di Woody Allen, già testata in altri suoi film. Ripeto che a me (giudizio personale) Allen piace enormemente quando è acido o narcisista o autoironico, stile “Match Point”, “Blue Jasmine”, “You will meet a tall dark stranger” o i suoi primi film, mentre piace e basta quando è commediante: ma è giusto accettare di buon grado questa vena. Alla fine, Allen è quello che è: un Peter Pan geniale e fortunato, perché ha potuto vivere tutta la vita nel suo personale mondo e allietare allo stesso tempo il nostro. Il film è certamente gradevole, ben interpretato, ancor meglio sceneggiato e ambientato. Da vedere: per estetici romantici.

* = INGUARDABILE
** = MEDIOCRE
*** = BUONO
**** = DA VEDERE
***** = GRANDE FILM
****** = CAPOLAVORO ASSOLUTO

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