Guerra, debito e mercati

Il Punto di Lagrange - numero 2

Convivono due anime in me: una è stufa di essere cronista di una sequenza semiperpetua di crisi e vorrebbe che tutto tornasse ad andare bene; l’altra è basita dall’importanza degli avvenimenti che viviamo e da quanto ancora ne sia marginale e superficiale la comprensione degli effetti e dei rischi per economie e mercati.
Oggi prevale la seconda.

Da settimane l’Europa danza sull’orla della disintegrazione.

Le immagini, i negoziati senza sosta, gli accordi, i piani, le dichiarazioni, le bugie e le mezze verità sono andate avanti su base giornaliera, sparate a raffica sui media, commentate, condivise. E giudicate: da chiunque.

La speranza che Russia e Ucraina/Nato possano arrivare a una risoluzione stabile del conflitto in tempi brevi e l’ipotesi che questo possa significare un rovesciamento della tendenza rialzista delle commodities e dei tassi appartengono – almeno per ora – al campo dell’immaginario. Non perché ciò non si possa verificare, ma perché sarebbe condizione necessaria ma non sufficiente perché si mettesse in moto un meccanismo virtuoso che comunque richiederà assunzione di decisioni e tempo per metterle in pratica.

Le economie europee sono in rallentamento, soffocate da una tempesta perfetta formata da aumento dei prezzi, crisi di fiducia (i prossimi dati sulla Consumer Confidence saranno ovunque in forte calo, vedi il dato del Michigan Consumer Sentiment, crollato in febbraio a 60, livello da piena recessione), restringimento del credito e crollo della velocità di circolazione della moneta.

La differenza fra questa crisi e quelle precedenti consiste nella impossibilità e inutilità, per le banche centrali, di ricorrere alla leva dei tassi, già completamente sfruttata e incompatibile con l’attuale livello delle commodities e dell’inflazione.

Il capitalismo globalizzato a trazione finanziaria, per come ci si presenta dalla crisi del 2008, ha un disperato bisogno di continue emergenze per giustificare manovre monetarie espansive sempre più grottesche, che dividono il mondo tra una élite di ultraricchi (il cosiddetto 0,01%), masse sempre più impoverite e disorientate e una classe media occidentale in implosione.

Questa continua catena di crisi aiuta a rimandare il “redde rationem” con la realtà di numeri del debito – ingestibili – e con la rapida parabola discendente della MMT (Modern Monethary Theory). Come disse Milton Fiedman, Nobel per l’economia in un periodo (1976) di alta inflazione: “Nessun pasto è gratis”.

Poi ci sono i mercati. I numeri e le statistiche dicono che, al di là di un ridimensionamento delle varie bolle che costellavano i mercati – i problemi sono tutti sul tavolo. Il collasso dei bond e l’inefficienza dei vecchi portafogli bilanciati erano stati trattati prima di qualunque rumore di guerra nel post precedente di metà gennaio (Incongruenza dei portafogli bilanciati nel 2022: una bomba a orologeria).

Anche sulle borse, ipercompiacenza social e la statistica ostile dell’anno 2 del ciclo elettorale USA erano indizi forti e visibili. Inflazione e guerra hanno fatto il resto. Il “panic selling” di marzo su MSCI China e altri indici e l’ipervenduto riscontrato nelle ultime settimane su molti indicatori (tra cui i miei Composite Momentum e Trigger) indicano che il 2022 allungherà la statistica dei minimi del Q1. Dal 2000 ad oggi, infatti, in quattordici occasioni (00, 01, 02, 03, 07, 08, 09, 10, 11, 14, 15, 16, 18, 20) l’indice leader, lo S&P500, ha fatto registrare un minimo di breve termine nel primo trimestre. Cinque di questi quattordici minimi sono anche stati i minimi almeno dei dodici mesi successivi. Nei nove casi restanti, (00, 01, 02, 07, 08, 10, 11, 15, 18) questi minimi furono una “bull trap”, ritestati e poi rotti entro i dodici mesi successivi, in alcuni casi con declini importanti.

Il 2022 rientrerà nella casistica dei minimi dell’anno o dei minimi-trappola? La statistica è 9:5 per un minimo-trappola, ma è solo una statistica. La posizione ciclica avvalora lo scenario di breve del rally, ma non maschera la fragilità dell’impostazione di lungo. I minimi del Q1 (intesi soprattutto come chiusure settimanali: esempio, 4200 S&P) diventeranno – per quanto detto sopra – punti di controllo strategico per i grandi operatori nei prossimi mesi.
Il 2022 è appena iniziato: ne resta il 75%.

NOTA TECNICA
REGOLA DELL’ELASTICO – È normale che, dopo un calo prolungato, i mercati e i titoli più deboli siano spesso quelli che performano meglio in fase di rimbalzo. Questo è un comportamento meccanico (= più un elastico è tirato, più violento è il ritorno) e di per sé non è un indicatore particolarmente utile. I trend di forza relativa sono chiari. La big money va in deleveraging verso i settori difensivi e ad alto dividendo, l’Europa dell’euro è e resta un anello debole.

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Guerra, debito e mercati ultima modifica: 2022-03-21T15:33:19+00:00 da Francesco Caruso