The Next Big Thing

Brevi note sulle elezioni USA:

  • è la democrazia, baby – popolo sovrano: rileggersi qualche Costituzione e Orwell, per favore
  • il sostegno sfacciato e pressante del 99% dei media non è stato sufficiente: anzi, forse ha aggravato una innata emanazione di “scarsa empatia” di HC
  • questo prova (seconda volta dopo Brexit) che i media a loro volta si stanno dissociando dalla base popolare, che credono di controllare attraverso i social: ma non è così
  • l’immagine collettiva di Trump parte da una base così bassa che può solo migliorare
  • la reazione dei mercati va presa con le molle: continuano a mancare tendenza e profittabilità direzionale e continua a valere in ogni virgola quanto scritto nei post precedenti, in particolare L’ultima onda, La memoria lunga dei mercati, e un vecchio post di Aprile 2015 a cui magari dare un’occhiata: Eutanasia dell’investitore senza utilità.

Ciò detto, ed è fin troppo per il momento, può essere utile impostare ragionamenti di più largo respiro.

Viaggiare è uno dei pochi modi che ci sono per capire veramente le cose. L’occasione per me è venuta dal convegno mondiale dell’analisi tecnica che si è svolto a Sydney a fine ottobre: ho colto questo occasione per fare una tappa, prima del convegno, in una grande città asiatica, Bangkok.

Premetto che (ovviamente è un mio limite) non avevo mai visto prima una grande città asiatica: la mia nozione di grande città era limitata – se così posso dire – a quelle europee, a poche americane e a una città enorme e stranissima che è il Cairo. Io non so che idea ciascuno possa avere di una grande città asiatica e in particolare di Bangkok, ma la mia personale idea è stata veramente stravolta dalla realtà.

Bangkok è una città potente e in diverse sue parti di grandissimo fascino, con una skyline notturna indimenticabile e un fiume melmoso che la attraversa come un serpente. Il cibo più diffuso è il granchio. L’odore di granchio fritto (sconosciuto da noi) è una sottile costante. Alcuni luoghi comuni sono veri, tra cui quello che riguarda la grandissima forbice tra parti arretrate della città e parti ipertecnologiche. Ma la cosa forse più interessante è che questa diversità in realtà viene assorbita dall’insieme, che è un insieme di enorme energia, ma soprattutto che in tutte le parti di questa megalopoli si respira una stessa aria: l’aria di una middle class che sta cercando di affermarsi e che vuole a tutti i costi lo stesso tenore di vita che noi occidentali (o buona parte di noi occidentali) diamo per scontato.

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I centri commerciali – e ce ne sono di ogni tipo e di ogni livello – sono enormi e quelli moderni sono veramente dei mondi a parte dedicati al consumismo. Non che non ce ne siano nelle altre parti del mondo: ma l’impressione qui è forte, è proprio quella di un popolo che ha al centro della sua vita il lavoro (e tutti qui sembrano fare qualcosa) e questa tensione costante e respirabile allo scalare livelli sociali. Mentre, tanto per fare un paragone, nel nostro vecchio continente questa tensione è molto diminuita ed è stata soppiantata dalla tensione a mantenere il proprio livello sociale: che è già parecchio difficile.

Sydney è una città che invece è radicalmente diversa, a mio modo di vedere è un mix tra una città americana ricca e una città svizzera, della quale possiede alcune caratteristiche legate alla sicurezza e alla civiltà di comportamento. Per fare un esempio concreto: le agenzie di banca non hanno, almeno esternamente, se non in minima misura tutta quella parte di blindatura di sicurezza che vediamo nelle agenzie europee. La popolazione di Sydney è multietnica, nel senso che una grossa parte – a occhio almeno un quinto della popolazione, ma forse anche di più – è asiatica e sembra perfettamente integrata a livello sociale e economico. In entrambe queste città una cosa che colpisce è la percentuale elevatissima di popolazione giovane e un mercato immobiliare in ebollizione (molti a Sydney parlano di bolla).

Quello che ho visto io è veramente poco, quasi nulla, ma per me è stato un input mentale sufficiente per riflettere sul fatto che “the next big thing” a cui dobbiamo guardare non è il rialzo dei tassi o il quantitative easing o le mille altre amenità importantissime, ma comunque legate ai tempi, che viviamo in Occidente: molto probabilmente “the REAL next big thing” dei prossimi 20-30 anni anche sui mercati sarà questa middle class asiatica, composta non da qualche centinaio di milioni di persone come in Europa e America messe insieme (ammesso che in queste due zone esista ancora realmente una middle-class) ma da miliardi di persone, che spingono come una enorme onda verso un nuovo livello di qualità di vita.

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Se c’è una cosa a livello di mercati che bisogna imparare dalla globalizzazione è che tutti gli orti, grandi o piccoli che siano, sono raggiungibili e che l’orticello di casa va privilegiato solo nel momento in cui produce frutti migliori degli altri. Negli ultimi mesi è successo qualcosa, non tanto a livello di indici (molti, tra cui quelli europei, restano almeno finora a navigare con le mille scuse della ripresa che parte ma forse no, delle elezioni USA, dell’aumento dei tassi della FED), quanto nelle forze relative.

Dopo anni di sottoperformance rispetto alla locomotiva USA, i cosiddetti “emergenti” (mai nome fu più obsoleto) hanno ripreso energia, anzi sembrano gli unici mercati con qualche stilla di energia in corpo. Se i prossimi mesi confermassero questa tendenza, si potrebbe parlare di ripresa dell’uptrend secolare di questi mercati rispetto ai mercati occidentali, anche se va ricordato che nel mercato azionario USA convergono numerose multinazionali che hanno proprio in Asia i loro mercati di sbocco.

Anche i bonds emergenti, pur con tutte le loro innate e implicite volatilità (valute, rischio paese ecc.), hanno attaccato qualcosa che moltissimi bonds governativi occidentali (ma anche giapponesi) non hanno più: una cedola decorosa.

Vedremo quali saranno i verdetti dei mercati e quali armi hanno le cosiddette economie avanzate da giocare strutturalmente in proprio favore: speriamo, per noi, che non si tratti di una battaglia.

Termino con una nota sul convegno mondiale dell’analisi tecnica IFTA, al quale chi scrive ha partecipato come speaker insieme a un bravissimo collega italiano, Andrea Unger: la qualità che abbiamo in Italia in questa disciplina è elevatissima, certamente al top mondiale. E proprio Milano è la sede designata del prossimo convegno mondiale IFTA 2017, che sarà organizzato da SIAT (Società Italiana Analisti Tecnici).

The Next Big Thing ultima modifica: 2016-11-09T11:28:40+00:00 da Francesco Caruso