Cosa sono e come si formano le bolle?
Nei mercati finanziari le bolle speculative sono particolari fasi caratterizzate da un aumento considerevole e ingiustificato delle quotazioni fino a livelli esagerati. Dalla fase di nascita e di crescita della bolla segue poi uno sgonfiamento sotto il peso di fattori tecnici e psicologici, movimento che tende a ripristinare i valori consoni secondo i suoi fondamentali.

Ma come si formano le bolle? Le bolle non sono nient’altro che l’effetto di una sequenza di errori di valutazione. Si formano in primis a causa della assenza di convinzione degli operatori su un certo movimento in atto: più si prolunga lo scetticismo, più diventa grande la bolla. In queste fasi di eccesso dei mercati la convinzione totale degli operatori sul trend in atto arriva nella fase terminale del movimento. Un fenomeno di questo tipo non è giustificato da nessuna base razionale, tanto meno dai fondamentali; è un’anomalia generata più che altro da aspetti psicologici: dall’inizio alla fine di una bolla il sentiment dell’investitore sperimenta diverse fasi, dall’ottimismo passando per l’eccitazione, il brivido ed infine all’euforia. Solitamente questa corsa è alimentata da investitori retail/non professionali e soprattutto da inesperti che, spinti dall’euforia del momento, auspicano dei guadagni senza soffermarsi sulle motivazioni che hanno portato all’aumento dei prezzi.

Tra i sintomi vi sono quindi un’accettazione universale dell’idea di perpetuazione della salita e un eccesso di presenza di un asset nei portafogli (specie dei piccoli investitori), quindi non solo un generico “eccesso di valutazione”. Inoltre, una bolla – per esistere ed essere tale – deve far male a tanti quando scoppia. Il risultato è infatti che, nella maggior parte dei casi, i piccoli investitori salgono sul carro nell’ultima fase della bolla speculativa (latecomer effect), cioè quando le quotazioni sono prossime a registrare un massimo prima di perdere valore in modo tanto violento quanto inaspettato.

Riteniamo quindi che la fase di “risk off” strategico possa perdurare almeno per gran parte del secondo trimestre. È inevitabile che si creeranno situazioni di forte volatilità in entrambe le direzioni, ma l’esperienza e la statistica insegnano che questa volatilità può rivelarsi estremamente nociva se affrontata in maniera emotiva.

Tech USA: tema forte o prossima bolla?
Più di un quinto del S&P 500, cioè delle 500 aziende più importanti degli Stati Uniti, è in mano a 5 titoli: l’1% detiene più del 20% del principale indice azionario Usa. Siamo arrivati a questa situazione per un mix di fattori: principalmente per la loro posizione di mercato, le prospettive del settore, il deterioramento dei loro competitori al livello settoriale e intra-settoriale e all’intervento della Fed che, quando agisce sui mercati, agisce sugli ETF, strumenti che rappresentano una quota dominante di mercato.

Gli ETF hanno un meccanismo per cui i nuovi flussi che vanno in questi strumenti premino proporzionalmente i titoli più capitalizzati. Quindi paradossalmente un titolo che sta salendo avrà sempre più quota e, più soldi arriveranno all’ETF, più chiaramente salirà la quota all’interno di questo e la sua quotazione. Una prosecuzione di questa dinamica potrebbe andare avanti e portare il peso dei titoli tech di gran lunga al di sopra del 20% attuale e questa non è una cosa ragionevole. Le salite esponenziali come questa non sono sostenibili. Per capire se siamo di fronte a una bolla dobbiamo tornare al discorso precedente dei tre sintomi.

C’è un eccesso di presenza di un asset nei portafogli? In questo momento assolutamente si: tutti gli investitori hanno capito che i FAANG, ma più in generale il settore tech Usa, è l’unico settore sul quale prendere posizione. Il rischio bolla esiste e ne abbiamo avuto prova nelle scorse settimane quando anche gli ultimi scettici si sono abbandonati a questa situazione. Di conseguenza anche il terzo sintomo è totalmente presente: se la bolla dei FAANG dovesse scoppiare farebbe male a molti investitori. Inoltre, le statistiche ufficiali mostrano che gli small traders hanno superato gli eccessi speculativi registrati a metà febbraio. In questo momento, prevale su ogni ragionamento la FOMO (Fear Of Missing Out, la paura di perdere un grande rialzo), che è psicologicamente collocata nella parte finale di una bolla, prima del suo scoppio.

Come si misura il grado di panico tra gli investitori?
Il grado di panico degli investitori si misura con la volatilità. Il VIX è l’indice maggiormente monitorato dagli operatori dei mercati finanziari. Questo stima la volatilità implicita delle opzioni (call e put) sullo S&P 500, offrendo una previsione della variabilità del mercato azionario nei successivi 30 giorni. Tanto più alto è il VIX, maggiore sarà la percezione del rischio presente sul mercato tanto che nel gergo finanziario questo indice si è guadagnato l’appellativo di “indice della paura”.

A parte il picco di volatilità del 1987, c’era stata solo una volta in cui il VIX ha registrato valori superiori a 70, ossia nel 2008. Attenzione però, nel 2008 c’era stato si un picco di volatilità, ma il minimo dello S&P 500 arrivò solo a inizio marzo 2009. C’era stata quindi una deriva del mercato ribassista dopo una prima reazione che aveva portato il mercato ad un nuovo minimo senza portarlo ad un nuovo massimo di volatilità. Proprio per questo motivo, la volatilità va studiata anche dal punto di vista matematico: è una formula che prende in considerazione la variazione di prezzo in relazione ad un periodo passato.

Quindi, se si è di fronte ad un periodo bassissima volatilità, è molto probabile che sia sufficiente un movimento relativamente violento verso il basso per provocare un picco di volatilità molto forte, mentre se nel recente passato si è assistito a sedute molto volatili è molto più difficile che la volatilità riguadagni lo stesso livello di prima, è una questione del tutto matematica. L’andamento dei prossimi due/tre mesi è cruciale per capire se questo evento può esaurirsi, passando alla storia come un violentissimo Black Swan oppure se lo scoppio di una recessione globale ne aumenterà ulteriormente la portata. Per i loro fortissimo impatto volumetrico e psicologico sul mercato Usa, è alla tenuta dei titoli FAANG che resta legata buona parte della sorte del mercato azionario leader e delle possibilità di una prosecuzione del recupero.


Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica. CSTA (Certified SIAT Technical Analyst) e MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (
cicliemercati.it). Attualmente ricopre cariche istituzionali all’interno di IFTA e SIAT.
3 domande a … Francesco Caruso | 04 ultima modifica: 2020-05-28T12:46:22+00:00 da CM